Parola all’Ateneo: Daniele Bellasio e le nuove frontiere della comunicazione universitaria

Quando si svolge il ruolo di comunicatore, come quando svolgi quello di giornalista, devi tutelare come valori principali l’autorevolezza e la credibilità. Spesso si pensa siano due lavori opposti, ma in realtà non lo sono per nulla: come per un giornalista, se non di più, la perdita di credibilità porta ad un danno enorme all’istituzione per cui lavori, un danno collettivo. L’intervista con Daniele Bellasio, Direttore della Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ci spiega quali sono oggi le sfide della comunicazione e come un’istituzione deve cercare di affrontarle, soprattutto di fronte all’incredibile e improvvisa rivoluzione apportata dalla pandemia.

F:  Oggi parleremo delle sfide della comunicazione istituzionale, in particolare in ambito accademico, nell’era dell’emergenza COVID-19. Ad intervenire sarà Daniele Bellasio, che dopo la laurea in Giurisprudenza e l’esperienza come giornalista presso importanti testate giornalistiche nazionali ha deciso di imbattersi in una nuova sfida in ambito universitario e accademico diventando così Direttore della Comunicazione dell’Università Cattolica. Dottor Bellasio, da quando è al timone della comunicazione dell’Ateneo, quali sono le nuove sfide che ha dovuto affrontare? Può dirci se ci sono punti in comune con il ruolo professionale e l’ambito in cui aveva lavorato negli anni precedenti e quali sono le nuove occasioni e opportunità che ha incontrato?

D:  La più grande sfida che ho dovuto affrontare e che abbiamo dovuto affrontare noi che lavoriamo alla comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore è in realtà molto simile alla sfida che si è dovuto affrontare negli ultimi anni nei giornali e media tradizionali, cioè ovviamente il processo di digitalizzazione: il digitale è un nuovo ambiente, non è soltanto uno strumento, è qualcosa che va oltre la concezione di strumento. È un nuovo ambiente e un nuovo mondo dentro il quale vanno riportati i valori dei mondi più positivi che abbiamo vissuto in precedenza e dentro il quale esistono nuovi strumenti per svolgere il lavoro di giornalisti prima e di comunicatori poi. Ovviamente questa sfida che è la sfida globale che riguarda il mondo dell’informazione e della comunicazione. Ma non solo: c’è stata un’accelerazione molto violenta dovuta al periodo di crisi della pandemia. Quando ho iniziato a lavorare come direttore della comunicazione in unicatt (cioè un anno e mezzo fa) avevo in mente un processo di attivazione di progetti legati alla digitalizzazione che portasse la nostra comunicazione ad essere a regime nel nuovo mondo nel giro di 3 anni. In realtà la diffusione della pandemia globale, nello specifico in Italia, ci ha portato ad accelerare alcuni di questi processi. Alcuni progetti che io immaginavo della durata di almeno un anno sono invece avvenuti in un lasso temporale molto più breve, in alcune circostanze anche di settimane. Questa è la principale sfida, molto simile a quella che ho vissuto in precedenza nei giornali. Quali sono altri punti in comune e differenze? I punti in comune sicuramente il fatto che l’autorevolezza, la credibilità sono il principale valore da tutelare sia quando svolgi il compito di giornalista e hai un ruolo di informazione specifica su alcuni temi (ma generalista nell’audience), sia quando svolgi il ruolo di comunicatore. Spesso si pensa che siano due lavori opposti, ma in realtà non lo sono per nulla. La perdita di credibilità per un comunicatore è grave quanto (se non in alcuni casi pure più grave) quella di un giornalista, perché se un giornalista perde credibilità la fa perdere al giornale per il quale lavora ma può semplicemente chiedere scusa ed essere sostituito, ma se è un comunicatore a perdere credibilità, la fa perdere anche all’istituzione per la quale lavora e fa un danno collettivo molto più grosso, con un danno economico maggiore. E questo è sicuramente un aspetto che unisce le due dimensioni. Ci sono poi aspetti tecnici: ormai sia nei giornali sia negli uffici comunicazione si lavora con un approccio multimediale. Sia il giornalista che il comunicatore oggi devono pensare a una strategia e ad un racconto che preveda più media, non uno soltanto. Testo scritto, video, audio, podcast, foto…  queste sono le principali caratteristiche comuni in questo periodo. Però la sfida della digitalizzazione, la credibilità e l’autorevolezza sono i valori da tutelare prima di tutto, poi ci deve essere un approccio multimediale al racconto. Tra le differenze vi è che nel caso dei giornali tradizionali e del lavoro all’interno dei giornali c’è un interlocutore unico sopra di te e un interlocutore unico davanti a te. Sopra di te un editore e la compagine industriale che decide di pubblicare un giornale, sito, tg, palinsesto radiofonico. Davanti a te un interlocutore unico non nel senso che è uno solo, ma nel senso che è una persona che vuole essere semplicemente informata. A questo punto deve essere chiaro qual è l’unico scopo: informare la persona che hai davanti. Quando invece lavori come comunicatore all’interno di una realtà così complessa e ampia hai molti interlocutori sopra di te: interlocutori accademici, amministrativi, politici, la città al tuo esterno e una miriade di interlocutori anche davanti a te a cui devi parlare contemporaneamente. Mentre il giornalista è uno snodo fondamentale ma è un punto all’interno di una retta, il comunicatore in organizzazioni così complesse è un punto all’interno di una serie di rette concentriche, come il centro di una ruota. E questo aspetto è da un certo punto di vista molto più faticoso e ogni tanto sarebbe più facile avere un unico interlocutore sopra di te e davanti a te, ma è ovviamente molto stimolante, perché impedisce di adagiarti su un unico tono di voce, un unico modo di comunicare, un’unica strategia… e alla fine pur essendo molto faticoso è quindi molto molto creativo. 

F:  Come faceva notare sono veramente moltissimi i pubblici di riferimento quando ci si interfaccia con un'università: i futuri studenti, gli studenti internazionali, il personale amministrativo e il personale docente. Il 1° novembre 2020 è iniziato il centesimo anno accademico della nostra Università. Dal 1921 al 2021 l’Università ha vissuto svolte epocali, evoluzioni storiche e movimenti di massa. Nel 1921 i mezzi di comunicazione si limitavano a carta stampata, telegrafo e radio. Oggi l’Università comunica tramite cinque piattaforme social e un sito web che è stato rinnovato per festeggiare il centesimo compleanno, perciò i media tradizionali rimangono, ma sono affiancati da piattaforme in continua evoluzione. Qual è il messaggio che, a prescindere dalla piattaforma, un ateneo deve saper comunicare in ogni tempo, specialmente in un tempo come quello attuale, contrassegnato da incertezza e instabilità?

D:  Il messaggio principale che un’università come la nostra deve cercare di veicolare è essenzialmente legato al suo essere una comunità. La comunità dell’università Cattolica del Sacro Cuore ha specifiche caratteristiche dovute alla sua missione decisa dal fondatore Gemelli, alla sua storia e al suo ruolo oggi nel presente del paese ma ormai anche direi dell’Europa e in prospettiva futura anche globale. L’obiettivo principale che ci si deve porre oggi e che credo ci si ponesse allora era quello di trasmettere nel modo più credibile e sincero possibile quali sono le caratteristiche della nostra comunità, della comunità accademica dell’università Cattolica del Sacro Cuore. La prima è ovviamente già definita nel suo nome “Cattolica del Sacro Cuore” e quindi questo è già un tema fondamentale: non si può comunicare bene se non si ha la percezione dell’importanza della propria identità. Poi ovviamente subentrano le altre caratteristiche: per esempio il fatto di essere un’università multidisciplinare e transdisciplinare. Questa è una mia e nostra grande sfida, quella di far capire in che senso è differente la Cattolica nel suo essere inter e multidisciplinare al suo interno. Ci sono poi altri due temi: uno che riguarda molto collegato ovviamente all’identità cattolica che abbiamo visto all’inizio e che riguarda l’approccio umanistico all’aspetto non soltanto di formazione ma anche di ricerca, cioè il fatto che la nostra università anche quando fa ricerca non si pone obiettivi come “Come/con quanto/in quanto tempo” ma si pone soprattutto il “perché”, il fatto che la centralità dell’individuo e della persona sia fondamentale nel rapporto tra studenti e docenti per quanto riguarda la formazione.  Quindi la prima missione dell’università, fondamentale anche nella ricerca, risiede nel porsi la domanda del perché una determinata ricerca va fatta e molto spesso questo perché pone al centro l’utilità/il fine umano della stessa ricerca. Oggi come 100 anni fa. Anzi, oggi abbiamo delle responsabilità i più nel farlo perché abbiamo avuto al fortuna che chi è venuto prima di noi ha costruito i valori, le strutture, l’organizzazione, la fama, la reputazione e oggi a noi spetta semplicemente preservarla e comunicarla, quindi per noi è ancora più importante comunicare queste caratteristiche perché tutto sommato ci siamo trovati in parte il lavoro fatto dai predecessori, dai fondatori e da decine di docenti che ci sono stati in questi 100 anni.

F:  Parlavamo di fama e reputazione ma al contempo anche della proiezione all’esterno e anche all’estero. Le chiederei come comunica all’esterno l’Università Cattolica? Quali sono i valori a cui attinge per essere effettivamente una realtà valida e competitiva e a livello internazionale?

D:  Questa distinzione interno, nazionale/internazionale, interno/estero si sta lentamente perdendo. Io dico sempre che ormai tutto quello che comunichiamo deve essere almeno in due lingue: italiano e inglese, ma tendenzialmente sempre di più. Questa idea che esistano due mercati diversi, due mondi così separati, si sta un po’ perdendo, però è chiaro che esistono ancora delle differenze culturali tali per cui all’estero alcune nostre caratteristiche vengono comprese molto più facilmente, per esempio anche la nostra identità perché la rete delle università cattoliche nel mondo si sta rafforzando, quindi per certi versi è più facile quasi comunicare l’identità della nostra università anche nel suo essere privata nel senso di non statale (sappiamo che in realtà svolge un ruolo pubblico, però diciamo non è statale) anche questa identità non statale è per certi versi più facile da comunicare all’estero. Alcune caratteristiche della multidisciplinarietà sono in certi posti del mondo più comprensibili che in Italia. Ci sono dei temi che all’estero sono compresi meglio, poi probabilmente ci sono temi che all’estero sono più complessi da comprendere perché la struttura delle università è molto diversa. Per esempio la definizione tra dipartimento e facoltà che noi tuttora abbiamo è una questione strutturale che all’estero è difficile da comunicare, oppure l’idea che da noi le alte scuole siano una cosa specifica per una formazione tendenzialmente post universitaria, mentre all’estero hanno un ruolo più complessivo. Ci sono delle particolari caratteristiche più che altro strutturali che effettivamente ancora ci impongono di comunicare in modo diverso. Sui macro temi però devo essere sincero: non vedo queste grandi differenze. Vedo differenze di lingua e a volte di strumenti: ci sono paesi in cui alcuni social network non esistono (nel senso che non sono seguiti e altri molto di più), ci sono alcuni social network che per esempio si prestano di più a una comunicazione worldwide e altri che invece si prestano di più a una comunicazione solo italiana. È più che altro una declinazione degli strumenti e uno studio delle specificità strutturali da distinguere nel racconto in Italia e all’estero, ma su identità, missione, storia specifica e natura accademica sono abbastanza ottimista, molte delle caratteristiche dell’università cattolica si prestano a una comunicazione globale anche in via spedita,  semplice.

F:  Parlavamo poco fa proprio del tema del digitale e di come questo effettivamente possa essere trainante non solo per il contesto accademico, ma anche per il contesto giornalistico e dell’informazione. Per festeggiare i 100 anni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore c’è stato un grande intervento per quanto riguarda il rebranding e restyling del sito. Questo ha fatto sì che il portale dell’università venisse ripensato per poter essere considerato al pari di altri prestigiosi atenei internazionali, perché è una realtà che si proietta proprio all’esterno. Sono crescenti le modalità di apprendimento digitale: la digitalizzazione è sempre più importante, accelerata e amplificata dalla pandemia che stiamo vivendo, ed è per questo che l’ateneo stesso si è adattato a un TOV che non è più solo formale, austero e istituzionale ma ha cercato appunto anche di approcciarsi a degli strumenti che possono essere le dirette Instagram o le dirette LinkedIn che vanno proprio a rendere quasi più accattivante e vicino agli studenti. Nella fattispecie di questo processo, l’avvento dei social media come ha influito nella comunicazione universitaria?

D:  Io penso che, se il digitale e quindi anche i social network degli ambienti abbiano delle regole, in quegli ambienti bisogna essere presenti rispettando e comprendendo delle regole, ma bisogna essere presenti esattamente come si è. Devo essere sincero nel raccontarmi, ma non per questo devo diventare soltanto informale o soltanto formale. Spesso si pensa “beh, allora se un’università utilizza Facebook deve parlare in modo molto da Facebook”. Io penso che questo sia un errore: se un’università va su Facebook e utilizza Facebook come strumento di comunicazione deve andarci con le sue caratteristiche. Quindi, quando deve comunicare qualcosa di istituzionale lo deve fare con il tono istituzionale/formale, con l’account istituzionale  (quello dell’università cattolica) e deve utilizzare al meglio lo strumento senza snaturare la propria identità.  Il concetto di multimedialità si presta anche alla declinazione dei toni di voce corrispondenti alla specifica iniziativa di comunicazione che bisogna mettere in pratica e alla specifica caratteristica che nel complesso della propria identità si ha e che in quel momento si sta raccontando, perché non si è una sola cosa e per fortuna ci sono gli strumenti per raccontarle tutte.

 F: Secondo Tempo: le parole di domani le scriviamo assieme. Il media center della Cattolica è una vera e propria piattaforma di comunicazione coordinata ovviamente da una regia interna all’ateneo che produce, raccoglie e diffonde delle informazioni di valore, approfondimenti e molto altro. Quali sono gli obiettivi futuri previsti per Secondo Tempo?

D:  “Secondo Tempo: le parole del futuro le scriviamo assieme” è, come direbbero i comunicatori, una narrativa che è nata dalle idee condivise con noi di Paolo Iabichino (che è un esperto di comunicazione molto noto a livello nazionale), in collaborazione con il professor Fausto Colombo, con il tavolo del centenario, il rettore Franco Anelli, noi della comunicazione. Questo è com’è nato “Secondo Tempo: le parole del futuro le scriviamo assieme” : stiamo vivendo un tempo sospeso ma vogliamo costruire un secondo tempo che arriverà quando questo tempo sospeso sarà superato, che vogliamo costruire il secondo secolo accademico della nostra università, quindi secondo tempo anche della nostra università. Secondo Tempo è un po’ come dicevamo prima: spesso in comunicazione si parla del primo self e del second self: ognuno di noi ha due facce della stessa medaglia, una più seria e una un po’ meno seria, una lavorativa e l’altra privata. Secondo Tempo vuol essere anche il luogo dove si può raccontare in via meno formale e più vicina agli studenti la vita del centenario, quando l’idea stessa di centenario dice di un'istituzione che ormai ha un secolo di vita e di storia. L’idea era quella di avvicinare a un compleanno così importante, autorevole e per certi versi austero, anche un pubblico più giovane. La piattaforma invece è una cosa che è nata proprio lavorando al nostro interno nell’ufficio comunicazione con il professor Fausto Colombo, il telegatto del rettore alla comunicazione con Sara Vergani che è la nostra responsabile dei servizi per la comunicazione, con Laura Incardona che è la responsabile del centro di produzione multimediale, Nicola Cerbino e Katia Biondi dell’ufficio stampa, l’idea che ormai come ci siamo detti all’inizio di questa conversazione: la comunicazione non è più suddivisa per silos. Il testo, l’articolo l’house organ, il giornale, il blog, il video, l’audio, il podcast quello che stiamo facendo, al fotogallery: tutto questo deve essere parte di un’unica strategia di comunicazione, deve dare vita a quella che gli esperti chiamano, a quello che gli esperti chiamano un ecosistema della comunicazione dell’università cattolica. Questo ecosistema facciamolo trovare tutto nello stesso luogo e facciamo navigare le persone che vengono su Secondo Tempo in termini di idee più che in termini di “qui trovi l’articolo, qua trovi il video, qua trovi il podcast, qui ancora trovi la fotogallery”… troviamo un unico luogo, un media center, un flusso continuo che a prescindere dal contenitore dia contenuti. Per cui uno va su secondo tempo e può decidere di leggere o di navigare o scegliendo il contenitore oppure semplicemente per temi: gli alumni, l’internazionale, le notizie, gli eventi del centenario. È un luogo digitale dove trovare tutti i contenuti dentro tutti i contenitori prodotti dall’università cattolica sul fronte della comunicazione.

F:  Eccoci alla fine di questa intervista, ricca di spunti di riflessione che il dottor Daniele Bellasio, grazie alla sua professionalità e alle sue competenze, ha descritto con gli scenari attuali e futuri della comunicazione digitale e mediatica. Abbiamo scoperto che la grande sfida di oggi è portare tutti i valori che hanno caratterizzato un secolo di storia in un’epoca attuale che è radicalmente differente, dove i cambiamenti sono stati probabilmente molto profondi. Bisogna prendere tutto ciò che c’era e c’è di positivo del mondo e portare questi valori rafforzati e attualizzati in quello nuovo, nel new normal che sta nascendo a causa del digitale, delle crisi e dei mutamenti nell’economia globale.

Ascolta ora l'audio intervista!