Parola all’Ateneo: Daniele Bellasio e le nuove frontiere della comunicazione universitaria

Quando si svolge il ruolo di comunicatore, come quando svolgi quello di giornalista, devi tutelare come valori principali l’autorevolezza e la credibilità. L’intervista con Daniele Bellasio, Direttore della Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ci spiega quali sono oggi le sfide della comunicazione e come un’istituzione deve cercare di affrontarle, soprattutto di fronte all’incredibile e improvvisa rivoluzione apportata dalla pandemia.

Dottor Bellasio, da quando è al timone della comunicazione dell’Ateneo, quali sono le nuove sfide che ha dovuto affrontare? Ci sono punti in comune tra il suo attuale ruolo di comunicatore e quello precedente di giornalista? Quali sono le nuove occasioni e opportunità che ha incontrato?

La più grande sfida che ho dovuto affrontare e che abbiamo dovuto affrontare noi che lavoriamo alla comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore è in realtà molto simile alla sfida che si è dovuto affrontare negli ultimi anni nei giornali e media tradizionali, cioè ovviamente il processo di digitalizzazione: il digitale non è solo uno strumento, è un nuovo ambiente dentro il quale vanno riportati i valori dei mondi più positivi che abbiamo vissuto in precedenza.I punti in comune tra comunicatore e giornalista? Spesso si pensa che siano due lavori opposti, ma in realtà non lo sono per nulla. Entrambi si basano sull’autorevolezza e sulla credibilità: la perdita di quest’ultima è credibilità per un comunicatore è grave quanto quella di un giornalista, se non più grave: se un giornalista perde credibilità danneggia il giornale per cui lavora, se un comunicatore perde credibilità danneggia l’istituzione e fa un danno collettivo ed economico molto più grosso. E questo è sicuramente un aspetto che unisce le due dimensioni. Ci sono poi aspetti tecnici: ormai sia nei giornali sia negli uffici comunicazione si lavora con un approccio multimediale. Sia il giornalista che il comunicatore oggi devono pensare a una strategia e ad un racconto che preveda più media, non uno soltanto.Tra le differenze vi è che nel caso dei giornali tradizionali e del lavoro all’interno dei giornali c’è un interlocutore unico sopra di te (l’editore e la compagine industriale) e un interlocutore unico davanti a te (la persona che cerca informazioni). Quando invece lavori come comunicatore hai molti interlocutori sopra di te (interlocutori accademici, amministrativi, politici, la città al tuo esterno) e una miriade di interlocutori anche davanti a te a cui devi parlare contemporaneamente.

Il 1° novembre 2020 è iniziato il centesimo anno accademico della nostra Università. Oggi l’Università comunica tramite cinque piattaforme social e un sito web che è stato rinnovato per festeggiare il centesimo compleanno, perciò i media tradizionali rimangono, ma sono affiancati da piattaforme in continua evoluzione. Qual è il messaggio che, a prescindere dalla piattaforma, un ateneo deve saper comunicare in ogni tempo, specialmente in un tempo come quello attuale, contrassegnato da incertezza e instabilità?

Il messaggio principale che un’università come la nostra deve cercare di veicolare è essenzialmente legato al suo essere una comunità. La comunità dell’università Cattolica del Sacro Cuore ha specifiche caratteristiche dovute alla sua missione decisa dal fondatore Gemelli, alla sua storia e al suo ruolo oggi nel presente del paese ma ormai anche direi dell’Europa e in prospettiva futura anche globale. L’obiettivo principale che ci si deve porre oggi e che credo ci si ponesse allora era quello di trasmettere nel modo più credibile e sincero possibile quali sono le caratteristiche della nostra comunità, della comunità accademica dell’università Cattolica del Sacro Cuore. La prima è ovviamente già definita nel suo nome “Cattolica del Sacro Cuore” e quindi questo è già un tema fondamentale: non si può comunicare bene se non si ha la percezione dell’importanza della propria identità. La prima missione dell’università, fondamentale anche nella ricerca, risiede nel porsi la domanda del perché una determinata ricerca va fatta e molto spesso questo perché pone al centro l’utilità/il fine umano della stessa ricerca. Oggi come 100 anni fa.

Come comunica all’esterno l’Università Cattolica? Quali sono i valori a cui attinge per essere effettivamente una realtà valida e competitiva e a livello internazionale?

La distinzione tra nazionale ed internazionale si sta lentamente perdendo. Ormai tutto quello che comunichiamo deve essere almeno in due lingue: italiano e inglese. La nostra università per molti aspetti è più comprensibile all’estero che in Italia: il suo essere cattolica, privata, multidisciplinare, e con una specifica distinzione tra dipartimenti e facoltà. Naturalmente ci sono differenze di lingua e a volte di strumenti: ma su identità, missione, storia specifica e natura accademica sono abbastanza ottimista, molte delle caratteristiche dell’università cattolica si prestano a una comunicazione globale anche in via spedita, semplice.

Parlavamo poco fa proprio del tema del digitale e di come questo effettivamente possa essere trainante non solo per il contesto accademico, ma anche per il contesto giornalistico e dell’informazione. Nel processo di digitalizzazione, l’avvento dei social media come ha influito nella comunicazione universitaria?

Il digitale e quindi anche i social network hanno delle regole, e l’università deve essere presente sì adattandosi a esse, ma anche mantenendo la propria identità: devo essere sincero nel raccontarmi, e non per questo devo diventare soltanto informale o soltanto formale. Il concetto di multimedialità si presta alla declinazione dei toni di voce corrispondenti alla specifica iniziativa di comunicazione da mettere in pratica e a ciò che si vuole raccontare in quel momento.

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