Non si butta via nulla: Francesca Varvello ci spiega come ottenere un prodotto nutrizionalmente funzionale dagli scarti dell’industria alimentare.

Francesca Varvello è CEO di Heallo, una startup nata con l’obiettivo di migliorare la salute delle persone attraverso un’alimentazione più sostenibile ed equilibrata. Infatti, utilizzando gli scarti dell’industria alimentare, questa azienda ha messo a punto un processo di estrazione delle sostanze nutritive che vengono trasformate in elementi utili a migliorare la qualità del cibo che ingeriamo. Tutto questo tenendo ben a mente i cinque pilastri di Heallo: salute, scientificità, economia circolare e tracciabilità.

Com’è nata l’idea di fondare Heallo e come si coniugano insieme i suoi cinque pilastri? 

Credo che la salute non possa prescindere dalla scientificità, come stiamo vedendo bene nell’ultimo periodo. E la salute deve avere una sua eticità, molto legata al rispetto dell’ambiente. A queste tematiche si aggiunge anche quella della trasparenza delle informazioni: mettere insieme questi elementi significa anche trasferirli in maniera corretta in modo che il consumatore sappia cosa si sta facendo. “Heallo” parte dalla radice di healthy, proprio perché si propone di trovare delle “healthy food solutions” sfruttando i sottoprodotti dell’industria alimentare. 

Quale è il processo che porta dagli scarti organici alle sostanze nutritive per migliorare la qualità del cibo che ingeriamo?

I processi industriali sottraggono, attraverso processi come la raffinazione, creando dei sottoprodotti in realtà ricchi di sostanze nutritive. Attraverso una metodica naturale che sfrutta gli enzimi riusciamo a ricavare gli elementi utili, cioè fibre solubili in acqua che vengono inserite nei processi alimentari. Questo tipo di fibre ha la funzione di prevenire le sindromi metaboliche, ma purtroppo l’alimentazione moderna è spesso carente di questi elementi, proprio perché i processi industriali li hanno eliminati a monte. 

E’ realizzabile, secondo lei, l’idea di una spesa totalmente salutare e sostenibile nel futuro prossimo? 

Molte aziende hanno intrapreso questo percorso soprattutto a livello di packaging, quindi credo che siano molto orientate in questa direzione, anche per rispondere alle esigenze dei consumatori che sono sempre più attenti e preparati. 

Quanto pensa sia importante, in questo processo di transizione, l’educazione dei più piccoli nelle scuole?

Credo che sia assolutamente fondamentale, soprattutto per i bambini in età giovanile, avere una cultura del cibo e dell'ecologia, così da potersi orientare per fare delle scelte corrette. In particolare è fondamentale che abbiano già questo senso critico quando si interfacciano ai social, dove possono esserci anche delle informazioni fuorvianti o non corrette. 

Come ci si educa, secondo lei, ad un’alimentazione qualitativamente migliore? 

Oggi troviamo informazioni di tutti i tipi, a tutti i livelli, e credo che questo sia positivo proprio per costruirsi un proprio giudizio e non essere in balìa della pubblicità e dei tanti messaggi sbagliati. Un’altra cosa positiva è il confronto con culture alimentari diverse, che ci permettono di conoscere cibi e varietà diverse. L’importante è avere una base di formazione, che può venire ad esempio dalla scuola, che possa aiutare a seguire le strade giuste. 

Ci sono dei progetti futuri, in continuità con la mission di Heallo, dei quali può raccontarci qualcosa? 

Abbiamo un progetto che mira a coinvolgere gli artigiani, perché crediamo che a valle della filiera ci siano delle categorie che hanno bisogno di differenziarsi, di proposte innovative. Vorremmo mantenere l’aspetto di circolarità su tutta la filiera, partendo dalla produzione agricola per arrivare fino ai sottoprodotti. Abbiamo pensato ad un format chiamato Circular Healthy Shop, un negozio che possa sfruttare l’economia circolare proponendo prodotti più sani, coinvolgendo professionisti, creando insomma un circolo virtuoso. 

Quali sforzi in più si possono fare per incoraggiare le nuove generazioni a cambiare la mentalità per tornare all’idea di mangiare per preservare la propria salute?

I giovani e in particolare i giovanissimi sono molto più salutisti degli adulti. Hanno una grande sensibilità e attenzione per il cibo sano e l'ecologia. Credo che i social, che spaventano tanto la mia generazione, trasmettano in realtà anche dei messaggi positivi. Molti blogger riescono a spiegare le cose in maniera corretta e allo stesso tempo a catturare l’attenzione. C’è un terreno molto fertile da questo punto di vista. 

Come è arrivata a sposare questo tipo di causa, quale è stato il retropensiero a livello personale che l’ha portata a questo tipo di scelta? 

Arrivo da una famiglia di mugnai e poi ho studiato Scienze e Tecnologie Alimentari. Ad un certo punto mi sono resa conto che in quel mondo la farina era diventata veleno, e mi sono chiesta come fosse possibile che un prodotto che la mia famiglia produceva da generazioni fosse considerato in quel modo. Da lì è nato un approfondimento sul cereale in tutte le sue parti, dopo il quale ci siamo resi conto che ciò che veniva tolto nei processi industriali era più ricco di quello che veniva mantenuto e poi mangiato. Da lì, quindi, è nata l’idea di creare una startup ad hoc per riuscire a sfruttare tutti i sottoprodotti generati e migliorare con essi la nostra alimentazione.  

Forse ci stiamo un po’ allontanando da un'alimentazione completa e giusta anche per tante informazioni superficiali sui social. Lei cosa ne pensa?

Sì, l’idea sarebbe quella di non creare privazioni, cercando di aiutare il consumatore a mantenere le sue abitudini, i suoi piaceri e le sue voglie, magari aiutandolo a scegliere dei prodotti come il cioccolato o la birra che siano arricchiti di fibre o di altre sostanze nutritive. L’aspetto ludico del cibo è fondamentale e non bisogna mai demonizzare alcuni cibi. E’ utile quindi sapere che ci sono degli alimenti che possono essere migliorativi dal punto di vista nutrizionale e poterli consumare in maniera più consapevole. Per noi questo è un bel vantaggio. 

Che messaggio lascerebbe a favore di questo tipo di scelta di alimentazione?

Bisogna tornare più semplici: meno etichette contorte, packaging meno strutturati. Un approccio più simile a quello dell’alimentazione rurale, “della nonna”, in cui non ci si poneva troppo il problema, proprio perché gli ingredienti erano quelli. Oggi abbiamo a disposizione molte più varietà, molti più prodotti, ma se rimaniamo sulla semplicità delle scelte non sbagliamo. 

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